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in Raices Comunes di

Anime e diavoli dirottati dalla madre Africa. Strappati da sconosciuti, caricati su navi che presero il largo per molto tempo. Mare e ancora mare, per giorni. La paura che si fa animale dentro lo stomaco, la speranza che non sarà la fine, la consapevolezza di non ritornare più in quella che fino a poco prima era la casa, la certezza della propria vita.
Gli schiavi africani provenivano principalmente dalla zona che ora chiamiamo Nigeria e dal Benin. Furono portati inizialmente sull’isola per aiutare i ricchi e le ricche signore spagnole, i padroni indiscussi sull’isola, che avevano in pugno le vite e i destini di molti di loro. Se in un primo tempo poterono scampare alla schiavitù brutale delle coltivazioni di cotone, questo avvenne subito dopo.

Nel 1817 la Spagna firmò con l’Inghilterra un patto per interrompere la schiavitù e quindi la tratta degli schiavi.
Ma quando una nave negriera spagnola trovava in mare una nave inglese gettava ancora incatenati, al piombo e alla vita, gli schiavi, consegnandoli al ventre gelido delle acque profonde.
I patti, gli accordi, le potenze mondiali, i disaccordi, le truffe, il sud del mondo, una diatriba in atto da secoli.
In questo pezzo di storia ci sono catene, navi, schiavi, privilegiati, sfruttati, dimenticati; nelle storie del mondo ci sono ancora adesso.
925.858 sono gli schiavi africani portati dagli spagnoli a Cuba per lavorare e morire.
La forza che è servita a queste anime per liberarsi dal destino che i coloni avevano scritto per loro, lo spirito di sopravvivenza, la rivalsa della propria vita, dignità, diritti è stata necessaria per cambiare il destino di molti.
I filamenti della cultura ofro-cubana hanno tessuto trame che la rendono unica, la musica, la Santeria, le radici dell’Africa hanno fatto crescere un bosco che racchiude vita e mondi lontani.
Partendo da questo, immaginatevi il lavoro teatrale di una delle prime registe donne afro cubane.
Immaginate una donna a Santiago de Cuba, città a maggioranza afro cubana, che decide ad un certo punto della sua carriera di lasciare la tv, perché vuota e non soddisfacente, per immergersi nelle acque del teatro che la accolgono e nutrono.

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I lavori teatrali di Fatima Patterson nascono dall’eredità dei suoi antenati africani e per questo decide di inserire nelle sue opere rimandi alla tradizione afro cubana, in particolar modo alla Santeria,pratica religiosa che ha origine nel sincretismo africano. Ma non solo, ci parla di tutte quelle storie di donne e uomini in lotta verso il riconoscimento del loro diritto naturale ad essere esseri viventi titolari di diritti.

Il suo teatro ci parla di una Cuba poco conosciuta agli occhi dei molteplici turisti che come mosche la invadono ogni anno. Ci parla della storia e delle tradizioni popolari afro cubane.

La sua vicinanza al popolo, la voglia di mostrare quella che è la sua identità, attraverso il rito e l’immagine, è immanente. Per questo i suoi spettacoli si svolgono non in un teatro, ma per strada, dove si ha accesso diretto alle persone, dove ciò che si va a dire e fare lo si fa davanti a un pubblico ignaro di esserlo,davanti a uomini e donne che spontaneamente si fermano ad ascoltare, senza aver necessariamente comprato un biglietto.
Questa è una sua dichiarazione lasciata nel 2012 :

“El trabajo en la calle es fundamental, define mi arte. No le resto ninguna importancia a lo que sucede en la sala de conciertos, pero es en la comunidad donde se gana al público que luego asistirá a los teatros. “Por más de 30 años he volcado mi quehacer en lugares como el Tivolí, la Ceiba, San Pedrito, en las escalinatas de la ciudad, además de los consejos populares de El Caney y El Cobre.”

Il destino ha voluto che nel corso del nostro progetto incontrassimo anche lei nella nostra strada e infatti la incontreremo a Santiago de cuba, dove dirige dal 1997 la sua compagnia teatrale Macubà.

Appena ho letto la sua storia, il pensiero e il rimando alla storia di Cuba è forte, tale da far nascere in me una profonda voglia di incontrare questa donna e il suo teatro, consapevole che il linguaggio dell’arte ci unirà, perché è lei a dire questo nel 2014 :

“Hacer teatro es un acto de vida, un acto de fe, y sobra quien no esté en capacidad de hacerlo de esa manera. Son momentos difíciles para nuestro país, debemos sacar la hojarasca para que el teatro pueda decir lo que tiene que ser dicho. Debemos buscar más capacidad de encuentro.

A presto Cuba, a presto Macubà!

Marina Capezzone,nata a Empoli nel 1988, si avvicina al teatro nel 2009 con il progetto Baobab.
Da lì nasce la passione che la porterà negli anni a stage e incontri con diverse realtà artistiche come Cantiere San Bernardo o il Living Theatre. La passione e lo studio del teatro si trasforma poi in lavoro e dedizione in occasione della nascita della compagnia teatrale Teatri Tra i Binari nel 2012, della quale è una delle attrici. Nel frattempo si laurea alla facoltà di Giurisprudenza di Firenze. Attualmente lavora come operatore nel sistema di protezione e accoglienza dei rifugiati in Italia

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