(C) Martin Hidalgo

La principessa dei gufi nella mia Cuba

in Raices Comunes di

Camminavo lungo le strade deserte dell’Havana, in assenza di venditori di noccioline, musicisti di strada, pescatori, modelli di auto degli anni 50; e mi domandavo dove sono tutti?
Mi accompagnava la quiete del mare che somigliava ad un tappetto azzurro per il riflesso di un cielo senza nuvole e un sole presente che non si mostrava nel panorama. Tanta tranquillità non poteva essere reale. Continuavo il mio cammino e prima di arrivare al Castillo de la Punta, il cielo si oscurò e mi circondò una paura rappresentata nell’avvicinamento di alcuni gufi. Lo sguardo sfidante degli uccelli e qualsiasi tentativo di movimento per una fuga, fu impossibile. Rassegnato alla sconfitta, la mia speranza rinacque e uno strano suono proveniente dal mare mi fece girare la testa. Osservai come questo si aprisse in due come in un racconto biblico.In quella salvatrice overture, intravidi l’immagine sublime di una donna che si avvicinava come un’attrazione magnetica. Si fermo dinanzi a me. La contemplazione prese controllo del mio essere. Scoprì la sua pelle bianca come la neve, labbra piccole e delineate, una splendida chioma la copriva come una damigella medievale fino al bacino. Questa sublime figura femminile vestiva un “bedlah” ornato con delle monete. Capii subito che si trattava di un europea con indosso abiti arabi, traghettata nelle americhe.
Per un  momento scappai ai miei pensieri e notai che i gufi chinarono la testa in sincero segnale di rispetto. Fu allora che ritornai all’immagine idillica della donna e il suo bel sorriso mi catturò come la più sublime esperienza vitale. Immediatamente alzò le braccia e dal cielo si materializzò un gigantesco e imponente gufo, lo paragonai al monumento del Cristo dell’Havana. Dalla forma sottile e convincente, lei mi prese la mano per salire sulle spalle del gufo e solcare i cieli di Cuba. Sorrideva sempre senza dire parola alcuna. L’assenza della parola era rimpiazzata con il contatto visuale e fisico dell’atto onirico.
Il grande gufo ci fece scendere nella piazza Céspedes a Santiago de Cuba. Lei con un delicato segnale, alzando la mano, le ordinò di ritirarsi. Fummo piacevolmente ricevuti da un uomo di pelle scura, altezza media, con un affabile sguardo e un gran sorriso. Diceva sìsìsìsìsì mentre muoveva la testa per confermare ciò che stavamo dicendo. Lui ci portò in un edificio dal nome “El Cabildo“. Là, un gruppo di artisti, organizzò un ricevimento e una condivisione indimenticabile. Ci regalarono una presentazione con cantanti a ritmo di congas, ballerini, attori in piena performance che immediatamente mossero i nostri applausi riconoscenti.
Mi trovai chiuso in un paradosso. Da una parte la rappresentazione artistica che venne subito offuscata dalla bellezza di quella donna che mi affascinò e mi fece il suo prigioniero d’amore.
Al culmine della presentazione, gli artisti con un saluto sparirono davanti a noi. Lei mi sorrise ancora. Ci dirigemmo verso la porta e camminammo fino ad un vecchio edificio celeste di aspetto virreinal con un cartello giallo che diceva  Casa del Caribe”. Una orchestra ci ricevette a ritmo di rumba mentre ci offrivano una bottiglia di ron santiagueroballammo da una guaracha fino ad un bolero. Nel complice ballo lei si consegnò a me, e al ritmo del bolero como fue“, ci abbracciammo. Lentamente posò la sua testa sul mio petto, alzò lo sguardo, mi sorrise. Mi persi. In quell’istante di perdizione chiusi gli occhi e nel aprirli mi ritrovai in un’altra città di fronte ad un edificio con un enorme portone di legno che diceva Casa de la Memoria Escénica de Matanzas”. Apparve un soggetto di all’incirca 40 anni, calvo e con un sorriso contagioso che parlava velocissimo e a malapena si faceva intendere. In quella confusione ci invitò ad entrare in una specie di santuario storico adornato da molte sculture di legno e metallo arrugginito. Ci condusse verso un’ambiente che serviva da archivio per importanti documenti sugli eventi artistici cubani. La nostra guida, con il sorriso che lo caratterizzava, ci invitò ad una messa in scena di nome Islas“, dove un gruppo di artisti cubani e italiani avevano lavorato mano nella mano, per creare uno spettacolo; o perlomeno era quello che avevo capito a causa della velocità con cui parlava. Ci condusse ad un vecchio teatro di nome Icaron, lo spettacolo ebbe inizio appena entrammo, il pubblico era in piedi, non c’erano sedie dove sedersi, gli attori si muovevano recitando lungo il teatro che sembrava più un vecchio magazzino abbandonato.
La confusione ritornò ma allo stesso tempo curioso di sapere come si svolgeva l’opera teatrale, mi volsi a guardarla. Era concentrata ad osservare senza battere ciglio. Al culmine della funzione il pubblico applaudì. Lei contagiata dall’emozione, per un momento abbandonò il sorriso al pianto come per mostrare la sua sensibilità artistica. Ci dirigemmo verso la porta, mi abbracciò intensamente, chiusi gli occhi e come per magia ci ritroviamo nel malecòn dell’Havana. Sempre circondati da gufi.

Lei mi guardò negli occhi, sorrise e mi baciò delicatamente sulle labbra. Lo stormo di gufi si alzo in volo oscurando il cielo. Un bacio finito ma senza limiti come l’universo. Mi sorrise. Una carezza sulla mia guancia concluse l’episodio. Una voce celestiale accompagnò la dissoluzione ” è ora di svegliarsi quisquilloso  

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